Per l’America, l’Ue è vittima più dell’austerità che dei governi instabili

“L’Italia affronterà le sue incertezze interne, ma gli europei dovrebbero essere più preoccupati dell’assenza di progressi di un pacchetto di austerità voluto dall’Europa che non è stato accompagnato dalle necessarie misure sociali ed economiche per sostenere la crescita e rinnovare la fiducia nelle istituzioni europee”. Un paper di Ruth Santini e Francesco Giumelli pubblicato dalla Brooking Institution – think tank americano di tradizione democratica – mette a fuoco la reale preoccupazione degli analisti americani che osservano l’Europa: il problema non è (soltanto) l’incertezza politica.
17 AGO 20
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“L’Italia affronterà le sue incertezze interne, ma gli europei dovrebbero essere più preoccupati dell’assenza di progressi di un pacchetto di austerità voluto dall’Europa che non è stato accompagnato dalle necessarie misure sociali ed economiche per sostenere la crescita e rinnovare la fiducia nelle istituzioni europee”. Un paper di Ruth Santini e Francesco Giumelli pubblicato dalla Brooking Institution – think tank americano di tradizione democratica – mette a fuoco la reale preoccupazione degli analisti americani che osservano l’Europa: il problema non è (soltanto) l’incertezza politica. Non è l’idea del socialista François Hollande di tassare i ricchi al 75 per cento, o quella del conservatore David Cameron di un referendum sull’Unione europea, ad allarmare Washington; nel caso italiano, non è la foga antisistema di Beppe Grillo a mettere in discussione la stabilità, perché l’Italia “è certamente un animale difficile da capire, e ancora di più da domare, per gli altri paesi europei, ma è un’àncora e non un iceberg nel processo di integrazione europeo”. I problemi derivano piuttosto dagli austeri dettami della Germania, che pretende conti in ordine e disciplina dagli stati membri senza offrire in cambio nemmeno un’espansione della sua domanda interna, come spiega David Wessel nell’articolo pubblicato qui sotto.
Secondo gli analisti di Brookings l’agitazione epidermica per l’instabilità italiana non deve dominare sulla più strutturale preoccupazione per un’austerità senza crescita. In fondo, “la burocrazia italiana ha assicurato la continuità del potere centrale” in un paese dove il governo cambia in media ogni 11 mesi e le piccole e medie imprese muovono il 70 per cento del pil: “Il turnover politico non ha messo a repentaglio la continuità istituzionale dello stato”, scrivono Santini e Giumelli. Visto dall’America, il problema italiano non si esaurisce nei meri termini della frammentazione politica – dunque nemmeno in quelli della pasticciata contingenza post elettorale – ma ha a che fare con le miopie della politica economica dettata da Berlino: “Da lì vengono i maggiori pericoli per l’Unione europea”.
I timori americani sull’Europa sono tendenziali, non congiunturali, e la dicotomia fra austerità e crescita si ripropone in forma analoga anche nel dibattito interno sulla spesa pubblica già tagliata di 85 miliardi di dollari, in modo lineare, con il “sequester”, il meccanismo che doveva forzare i partiti a trovare un accordo politico per evitare tagli indiscriminati. Il compromesso non si è trovato e ora Washington è divisa fra chi vuole approfittare del “sequester” per accelerare la corsa verso il pareggio di bilancio e chi vuole un budget orientato alla crescita. E sul tavolo americano c’è già l’inasprimento fiscale varato nella notte di Capodanno: le stime dell’ufficio budget del Congresso dicono che quest’anno le entrate dello stato toccheranno i 2.700 miliardi di dollari, cifra mai raggiunta prima.
Ieri il presidente, Barack Obama, ha visto a pranzo il capo della commissione budget alla Camera, il repubblicano Paul Ryan, e il suo omologo Chris Van Hollen, un incontro politico che funge da sintesi del dibattito filosofico americano: Ryan presenterà la settimana prossima una proposta per raggiungere il pareggio di bilancio nel giro di dieci anni. Il testo dell’anno scorso prevedeva di raggiungere lo stesso obiettivo in 25 anni. Entrambe le versioni si muovono verso la cosiddetta responsabilità fiscale a un ritmo più lento rispetto a quello richiesto dall’austerità europea, eppure anche fra i repubblicani c’è chi si oppone agli eccessi nei tagli: “Non siamo il partito dell’austerità”, dice il governatore repubblicano della Louisiana, Bobby Jindal, seguìto dai conservatori che guardano l’Europa e tremano per una politica economica comune più spaventosa dell’instabilità dei singoli governi.